Pasquale Martiniello, le cavallette, Napoli, Ferraro 2009
«Ribellati terra mia con un rigurgito sismico / e sepoltura generale spezzando la fitta rete / di catene bianche e rosse di questa / micidiale gramigna che ti possiede e soffoca». Le poesie di Pasquale Martiniello a buon diritto potrebbero essere assimilate alla satira latina e, in particolare, a quella di Giovenale per lo robustezza del verso, per la passione politica e per l’amore per la virtù. Egli riprende il grido di Scotellaro e dei grandi autori meridionali, coscienza di una condizione difficile da mutare, coscienza di inefficienze e di incapacità della classe dirigenziale. Ma accanto a tale tematica, troviamo l’indagine sulla realtà, in cui il verum coincide con il quotidiano, ossia quella di personaggi che nulla posseggono di eccezionale e di straordinario secondo i consueti parametri massmediali, ma che incarnano una tipologia umana viva ed operante nel segreto di un paese che non trova ancora la forza per un balzo di carattere morale (G. L.).
IN QUESTO NUMERO
Nel momento in cui il presente numero sta per andare in stampa, giunge la notizia della scomparsa di Simone Cattaneo, amico, redattore e promotore dell’“opera comune”. Il dolore in questo momento richiede rispetto e silenzio; ci proponiamo, però, di ricordarlo al momento opportuno.
Marco Merlin nell’Editoriale intende sancire ufficialmente la fine di una categoria fuorviante ed inutile, quale quella della “linea lombarda, che va consegnata alla letteratura novecentesca.
La rubrica Saggi è dedicata alla narrativa contemporanea: Giuliano Ladolfi coglie nel romanzo di Eraldo Affinati La città dei ragazzi il segno di un’autentica passione educativa, mentre Marilena Genovese presenta l’ultimo premio Nobel, Jean-Marie Gustave Le Clézio e il “sogno messicano”.
Due sono gli Interventi: Giovanni Tuzet argomenta in modo convincente sul problema della poesia logica, mentre Antonio Moresco risponde alla precedente lettera di Marco Merlin.
Con la presente pubblicazione intendiamo iniziare una nuova esplorazione nel panorama della giovane critica italiana: in Intervista Daniele Maria Pegorari chiarisce che il ruolo dello studioso consiste soprattutto nell’esplorare il «mondo sdrucciolevole e malcerto della letteratura e dell’editoria dei nostri giorni, abbracciando, però, nel suo giro d’orizzonte tutto quel passato di cui sente il bisogno per capire il presente».
La lettera aperta, redatta da Andrea Temporelli, viene indirizzata ad Antonio Scurati quasi consolatio della mancata vittoria al premio “Strega”. Segue la risposta di Antonio Moresco alla lettera del numero precedente.
La parte “italiana” della rubrica Voci è dedicata ad Umberto Fiori, colui che ha impresso una “svolta” nella poesia italiana. Una ricchissima sezione critica testimonia il crescente interesse per un poeta che nella “parola chiara e forte” ha saputo ridare dignità alla nostra scrittura in versi. Riprendiamo la presentazione dei più suggestivi autori stranieri: di Ludwig Steinherr, tradotto da Pia-Elisabeth Leuschner, viene apprezzato soprattutto l’acume «con cui il pensiero metafisico si àncora nella plasticità del reale».
Quattro Letture, due su pubblicazioni di poesia e due su pubblicazioni di saggistica, chiudono il numero.
G. L.
EDITORIALE
Fine della linea lombarda
Le sigle che trovano fortuna nella critica hanno la loro ragione storica e la loro funzionalità, non c’è dubbio, sebbene non si ripeta mai abbastanza che l’individualità espressiva di un autore sfugge sempre, almeno nelle sfumature essenziali, anche alle categorie più attendibili. E tuttavia capita ancora ai giorni nostri di imbatterci in formule che solo l’inerzia intellettuale mantiene in vita; sopra tutte, quella della linea lombarda.
Ci era già capitato di dirlo, ora lo ribadiamo: tale linea non esiste più. Alcuni dei suoi tratti peculiari, quelli che si ricollegano al nucleo morale che ha caratterizzato tanti maestri del Novecento e che erano riconoscibili all’interno di un preciso contesto storico, si sono disseminati in un generale stile che predilige l’epica del quotidiano, lo sguardo realistico pronto a sconfinare nell’impoetico e nel prosastico, anche se sempre per farne brillare l’opaco eppur percepibile afflato sublime. Si tratta, cioè, di qualità non più distintive e non più geograficamente collocabili in un’area, in una koiné, ma di una predilezione di tanta poesia contemporanea per certo minimalismo (ma l’affermazione è davvero grossolana) che punta all’elevato per il tramite di un effetto dell’inversamente proporzionale: meno dico, più alludo e sovraccarico di senso il contesto, lo spazio bianco, la struttura che abbraccia i frammenti del discorso.
Rita Neri, Io non ti comando, ennepilibri 2008
«Poesie in notes» n. 77 viene rubricata la racconta di Rita Neri, quasi un diario cui affidare gli stati d’animo transeunti, per vincere la forza distruttrice del tempo. Ne derivano quadretti di arcana bellezza, nei quali il fatto particolare viene trasfigurato in un sentimento: «Simile all’ala di un uccello / Che dolcemente riposa al fianco, / Tanto amo posar il polso snello, / La mano stanca, sul petto tuo bianco». Una straordinaria musicalità tra rime e ritmi sorregge l’immagine lasciando nel lettore un’indefinita nostalgia di pace e di serenità (G. L.).
Fabio Todeschini, Un fulmine attraversa il cerchio, sip, Roma 2008
Le settantasei composizioni, alcune in prosa ritmica, rivelano una vena poetica giocata su diversi registri: il primo prettamente metaforico, che talvolta sconfina nel fiabesco; il secondo filosofico con risultati gnomici e il terzo diaristico, mediante il quale il poeta annota alcuni avvenimenti della vita come tappe di un percorso interno verso un tipo di conoscenza profonda, quasi un “seconda navigazione” platonica: «Vagabondai a lungo nel retto del pianeta / cercando l’energia della fonte prima, / l’ultimo getto che il corpo disseta / e la quinta sostanza della mia rima». Il testo citato testimonia anche il sicuro possesso degli strumenti versificatori (G. L.).
Nicolino Longo, Ablativo assoluto, Bari, Giuseppe Laterza 2008
La raccolta di poesie di Nicolino Longo è corredata da giudizi critici, da un’ampia presentazione e da una dichiarazione di poetica mediante la quale chiarisce il proprio modo di scrivere poesia. E, infatti, la pubblicazione presenta volti eterogenei, frutto di una mescolanza di registri, di tematiche e di stili, ereditati dal secolo scorso. I giochi di parole si alternano alle battute, alle allitterazioni, ai calligrammi in una sequela che affida alla poesia il compito di sciogliere il lettore dalla realtà. Il titolo stesso ne indica il percorso da parte di chi si allontana («ablativo») in modo definitivo («assoluto»): «I figli sono come le foglie / i fogli i veri figli» (G. L.).
Emilio Paolo Taormina, Nidi, Palermo, L’arciere del dissenso 2008
In edizione sobria, la silloge si presenta come un carmen continuum: i versi sono quasi sempre raggruppati in strofe di una misura inferiore al dieci. Si tratta di brevi annotazioni suggerite da una situazione contingente oppure da una riflessione: «nella poesia / come sulla rena / bagnata / restano / le impronte / dei giorni». I paesaggi sono ritratti con una pennellata di denso colore: «attraversando / un campo / di papaveri / il disco / trasparente / della luna». Qualche nota di carattere religioso («forse da lassù / dio / dirige / la grande orchestra / dell’universo / nel pulviscolo / anch’io / vorrei / fare sentire / il mio assolo») lascia intravedere la percezione di una solitudine acuita dalla percezione del fluire del tempo («passano i giorni / svoltano l’angolo / anonimi»): si avverte in tutta la raccolta l’assenza dell’uomo (Giuliano Ladolfi).