Roberto Mosi, Parole e paesaggi, Ragusa, libroitaliano Worl 2006; itinera, Signa, Masso delle fate 2007
Avendo ricevuto in una sola spedizione le due raccolte pubblicate ad un anno di distanza, le ho lette senza soluzione di continuità e le ho trovato quasi sezioni di un stesso libro, germinate da un medesimo intento. «Amo le parole / che si sollevano da terra / con il respiro lungo della poesia / per provare la leggerezza del suono, / nutrite di sogno e fantasia». E le parole lasciate fluttuare nel seno della brezza toscana si slanciano su colline e città, su palazzi e le ville, sui campi arati e sui fiumi: «Ho camminato su molli / distese di prato / fra prore disegnate di fiori / […] / Segue i miei passi / San Giminiano trionfante / di torri sul lontano colle dorato». Nella seconda silloge le parole seguono i viaggi del poeta e, come una fotografia, vengono disposte nell’album dei ricordi: «Il giorno abbandona Petra / inghiottito dalle ombre / del Siq». Dove l’immagine non può giungere, rimane il verso a perpetuare la memoria di un’emozione: «Cerco le parole / che rotolano per terra / nel ripetersi del giorno / fra risa e pianti / vestite di panni e di vino» (Giuliano Ladolfi).
Vincenzo Gasparro, Il passero maldestro, Falloppio, Lietocolle 2008
Nell’aprire l’ultima raccolta di poesia di Vincenzo Gasparro rimango colpito dall’ultima dedica: «ai ragazzi della V C che mi hanno suggerito, inconsapevolmente, il titolo del libro e dai quali ho imparato tanto». Anche sono debitore ai liceali della IV B (anno scolastico 1985-86) della mia avventura poetica: Paura di volare si ispirava a loro, alla fatica della loro adolescenza, ai loro ideali, ai loro tentativi e ai loro errori. L’insegnamento è una passione che, se vissuta con pienezza, riserva soddisfazioni che, ripeto sempre ai miei docenti, neppure la famosa carta di credito può pagare. Non esiste gioia più grande di quella con cui possiamo infiammare di speranza, di fiducia e di serenità queste giovani vite. E Gasparro lo sa, Gasparro prova quotidianamente questa esperienza: «I bambini disegnano cuori / colorati e a grappoli / robinie nel mattino azzurro». I suoi versi si trasformano in aperture umane, mediante le quali il mondo si presenta nella sua sfolgorante bellezza: «Dove ci sono i fiori / è casa mia. Profuma / nel giallo del limone. / Tracima stamattina / dell’assenza tua e d’afasia». Mi sembra di vedere i suoi alunni attenti a scrutare il paesaggio: «Era alta la luna / nell’aurora e azzurra. / I riverberi dipingevano / rosa la città». Sono esperienze spesso non valutate con attenzione, ma sono quelle che danno un senso profondo al nostro abitare la terra (Giuliano Ladolfi).
Daniele Bollea, Lathe biosas, Genova, Galata 2008
Quando il computer fa le bizze, si scoprono effetti collaterali devastanti. Un poeta mi segnala che l’uragano “Katrina” (e devo correggere anche la presente citazione!) è diventato “latrina” e qui “biosas” continua ad essere ripreso con “biogas”: potenza della tecnica. Prometto che d’ora innanzi sarò più vigile con questi favolosi aggeggi tecnologici.
Ma passiamo alla raccolta del dott. Bollea, il quale ci riporta nel Kepos di Epicureo: nel leggere i suoi versi passeggiamo scambiandoci approfondimenti filosofici. Il “giardino” in questo caso è la vita comune, quella che non appare nei TG e neppure nelle fotografie dei rotocalchi, dove immagini sgargianti servono soltanto a nascondere una sostanziale povertà culturale. Il poeta, invece, si sofferma sulla passeggiata con il piccolo Valerio, ci invita ad una passeggiata a Villa Borghese (ne vale la pena!), ci fa percepire il retrogusto del vino rosato, ci trascina in una discussione sull’Umanesimo, ci offre un aperitivo al Caffè Centrale e alla fine si congeda da noi in modo “cerimonioso”: «In fitta sintassi di morte e di amore / ho mosse dei passi, trovato parole; / parole cresciute tra aridi sassi, / alate, violate muraglie, crescete mia prole, / parole, un volo di viole su umidi massi» (Giuliano Ladolfi).
Riccardo Olivieri, Il disgelo, Rimini, clanDestino 2008
La raccolta di poesie di Riccardo Olivieri ha vinto il premio per l’inedito, bandito dalla rivista «clanDestino» per il 2008. Nella prima sezione Disgelo affronta la tematica della paternità: «È già vera, / prima di parole / in avvisabili, / la tua mano che regge / — dal sonno — / tutto il ponte». Il piccolo Alberto conserva il fascino del mistero: «poi a l’improvviso tu mi guardi / e tremo: penso / che — quando guarda / Dio ha quegli occhi lì». La continuità della vita segue il filo della felicità prodotta da un dono. Nella seconda sezione Ultimi giorni troviamo appunti di viaggio e annotazioni diaristiche, esperienze sottratte alla dissoluzione del tempo (Giuliano Ladolfi).
Mario Rondi, Amori precari, Lecce, Manni 2008
L’ultima pubblicazione di Mario Rondi presenta una serie di racconti, legati dalla tematica della sessualità. Il possesso della donna spesso è legato ad una duplice esperienza: quella frustrante del rifiuto e quella coinvolgente della conquista. In un antico epigramma greco si legge che l’uomo è cacciatore: se gli porgi la preda sul piatto, la disdegna; egli deve catturarla sui monti mediante appostamenti e fatiche. Ma l’uomo possiede anche in sé il desiderio di onnipotenza e allora si atteggia a stregone, capace di manipolare gli altri a piacimento. La duplicità di posizioni non genera, però, un’atmosfera tragica, anzi la narrazione è contrassegnata da levità ironica e surreale che si trasforma in un gioco dalle regole variabili, dalle carte mischiate e dai ruoli interscambiabili: Ovidio non è ancora sceso alla cattedra (Giuliano Ladolfi).
La madre di un mio compagno delle scuole medie
mi ha bloccato in una strada del vecchio quartiere
dicendomi che suo figlio era morto.
Non si è sbilanciata più di tanto e mi ha invitato al funerale.
Mi è parso buona educazione accettare.
Una settimana dopo mi ha fermato sotto casa e con aria decisa
mi ha confidato che calzo lo stesso numero di piede del suo povero figlio,
così mi ha regalato due paia di scarpe e un giubbotto giallo.
Qualche sera fa sono finito in un bar di Milano e
ho abbordato una ragazza sudamericana molto sensibile
al mio nuovo giubbotto canarino. Ho stretto gli occhi
e le ho sussurrato che per i particolari non bado mai a spese.
Gian Marco Visconti, Racconti dell’uomo grigio, Edizioni Progetto Cultura 2008
Il romanzo breve, giunto alla terza edizione, presenta la prefazione di Carlo Alberto Sitta e un commento di Mario Moroni. Il protagonista, un “uomo senza qualità”, un palazzeschiano “uomo di fumo”, «risiede in un antico e fiabesco quartiere in resistono i convincimenti dell’acqua e dell’ombra e dove le sfumature del giogo colore, che non ha la fissità del bianco e del nero, riescono a dare un nome a tutto ciò che del visibile è invisibile… Quest’uomo, che ha di poco la consistenza di poco superiore a quella del vapore, lascia i luoghi della memoria e della meraviglia per intraprendere un viaggio, dai risvolti inediti, che porta ad una metropoli senza fine ed inizio, depositaria di un sapere moderno e totalizzante che ha cancellato, per sempre, dubbi ed incertezze ad alienato ogni forma di ombra…». Il testo per molti aspetti si lega ai grandi capolavori novecenteschi europei e nordamericani contemporanei: la città in cui giunge può essere considerata l’emblema di una società che, distribuendo sicurezza e certezze materiali, ha cancellato per sempre «ogni possibilità d’incanto e di mistero» e l’uomo non vive «di solo pane» (Giuliano Ladolfi).