lunedì, 29 giugno 2009

BIBLIO / FEDERICO ZULIANI

Federico Zuliani, Travelling South, Milano, Lampi di Stampa 2008

L’editore “lampi di stampa”, che si definisce «leader italiano nel print on demand», mi invia la prima raccolta di poesie del giovane Federico Zuliani, nato a Milano nel 1983. Laureato in Storia del Rinascimento, ha vissuto a partire dall’adolescenza lunghi periodi in Argentina, Scandinavia e in Asia. A proposito della sua raccolta si può parafrasare Seneca, il quale durante l’esilio scriveva che tutto il mondo era la sua casa. Zuliani, infatti, non ha “luogo” se non l’intero pianeta e questo rappresenta una condizione che molti giovani oggi stanno sperimentando durante l’età “globalizzata” mediante l’assimilazione di culture diverse. Ma contemporaneamente sotto i suoi versi si avverte il prezzo di questo ampliamento di orizzonti: la precarietà delle radice, il vivere continuamente in viaggio, l’intrecciare relazioni fuggevoli, il passare da dogana in dogana: «Nel momento in cui il lutto diventa vivo / il fardello più duro da portare fra tutti / è il cambio in corsa del proprio sistema metrico». In transitu vivimus. I ricordi sono chiamati a conferire l’unità di un’esperienza che per molti versi si configura come esilio: «Un giorno scriverò anch’io dei Tristia» (Giuliano Ladolfi).

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mercoledì, 24 giugno 2009

BIBLIO / MATTEO BONSANTE

Matteo Bonsante, Iridescenze, Polignano a mare, Aliante 2007

È trascorso più di un anno da quando ho letto per la prima volta l’ultima raccolta di Matteo Bonsante, autore apprezzato in precedenti interventi su «Atelier». Colpisce sempre la poetica di questo scrittore che compie uno sforzo “titanico” di superare l’apparenza fenomenica per consegnare alla parola il senso della vita, dell’accadimento, della percezione.

Come Mario Luzi, egli sa che il mondo “è”, sa che contro ogni relativismo gnoseologico esiste una totalità oggettuale e dinamica che si presenta all’uomo e proprio su questa convinzione Bonsante “esercita” la poesia. Ho detto “esercita” non nel senso di applicarsi ad un esercizio, ma nel senso militare e cioè di condurre una vera e propria battaglia contro lo sparire dell’avvenimento, contro il dileguarsi delle sensazioni, contro lo sbiadirsi del fatto. A tal fine egli deve individuare «un diverso sguardo possibile», come recita il sottotitolo, una profondità di luce che porti alla coscienza e alla parola un barbaglio, un lampo, un’impressione di luce, un’«iridescenza». Il buio si squarcia, il nero si ravviva nel colore, l’indistinto assume forma; si delineano le differenziazioni, il piatto assume profondità, la fissità movimento, la morte si trasforma in vita.

 

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martedì, 23 giugno 2009

BIBLIO / FENRNANDO BANCHINI

Fernando Banchini, Nel tempo, Ro Ferrarese, Book 2008

Ho già trovato altre occasioni per soffermarmi sulla poesia di Fernando Banchini, il quale non manca mai di inviarmi le sue pubblicazioni poetiche. Con lui si è instaurato, per così dire, un dialogo a distanza mediante uno scambio tra versi e annotazioni critiche. Per questo motivo, prendere in mano la sua ultima raccolta equivale a rincontrare una persona amica che desidera confidarsi. Rivedo, infatti, in essa la segreta vena malinconica che irrora le radici della sua ispirazione, spesso trattenuta e lasciata filtrare quasi inconsapevolmente; rivedo il paesaggio di una Roma carica di allegorie segnate sui frontoni dei palazzi o nella solitudine delle periferie; rivedo soprattutto l’azione del “tempo”, che a mano a mano che i libri pubblicati vengono superati da altri, relega nel ricordo sensazioni, persone e luoghi: «Restare volevano. Tanto / Ma sono dovuti partire. / Un poco, dicevano, solo / per un poco ancora arrestare / il tempo che viscido sfugge / alla nostra debole presa, / ancora per poco serbare / un bruscolo appena dei sensi». Ma, al fondo di ogni sentimento di malinconia, trionfa la certezza del valore della poesia: «Racchiuso il tutto in un ritmo di sillabe / leggere, armonioso: / oh possederti alfine, / Bellezza, casta sovrana del mondo» (Giuliano Ladolfi).

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martedì, 23 giugno 2009

BIBLIO / MARCO ANTONELLINI

Marco Antonellini, La stagione di Dino Campana (1914 – 1916), Rimini, Raffaelli 2008

In elegante confezione mi giunge il lavoro di Marco Antonellini corredata dalla pubblicazione anastatica della prima edizione di Canti orfici di Dino Campana, pubblicata dalla tipografia F. Ravagli di Marradi nel 1914. Il lavoro testimonia ancora una volta la qualità dell’editore Raffaelli che non solo affida alle stampe opere selezionate, ma anche le impreziosisce con una veste degna del prodotto. Lo studioso documenta la vicenda umana e letteraria dello scrittore durante la “stagione” 1914 – 1916, avanzando l’ipotesi che la poesia non sia stata l’esigenza primaria della sua vita. Singolare è anche la vicenda critica: Campana non subì mai vere e proprie stroncature, come viene documentato mediante la riproduzione degli primi articoli scritti da Binazzi, De Robertis, Foschini, Cecchi, Costetti, Boine, Fondi, Cecchi e Franchi. Del resto, l’interesse ininterrotto per Campana dimostra che a buon diritto egli occupa un posto fondamentale nello svolgimento della poesia italiana tra i “Vociani” e gli “Ermetici” (Giuliano Ladolfi).

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sabato, 20 giugno 2009

VOCI / ANNA MARIA VOLPINI - TRITTICO

Anna Maria Volpini, Trittico (inedito)

di Giuliano Ladolfi


La poesia è il mezzo più consueto per descrivere i sentimenti al punto che decine di milioni di persone in tutto il mondo tracciano versi. Ad alcuni pare addirittura naturale prendere in mano una penna e “scaricare” su quel foglio bianco la sofferenza, la gioia, la malinconia e le parole, inframmezzate dagli spazi, assumono, quasi per magia, significati, profondità e risonanze, note solo all’autore, perché capaci di riproporre echi sepolti nell’inconscio e abbandonati nel passato. Oggi qualcuno affida la descrizione del proprio mondo interiore ad una canzone, ma la differenza è abissale: nel caso della musica attribuiamo a produzione altrui valenze personali, nella poesia la creazione è completamente nostra e, come tale, “vale” quanto il momento ritratto.

Quando le parole si fissano sul foglio, ci escono pregne di un’“aura” in cui siamo immersi e poi a poco a poco la sua dissolvenza lascia un’immagine unicamente personalizzata che sa suscitare sentimenti solo in noi. Spesso ci accorgiamo dell’indescrivibile distanza tra i nostri propositi e la debolezza del risultato. Certo, siamo consapevoli che mai nessun vocabolo si espande fino a “comprendere” la vastità del nostro mondo interiore; eppure ci sono poesie che trovano quello “stato di grazia” che conserva il barlume della nostra esperienza. «Il cuore che soffre e la mente che crea» sosteneva T. S. Eliot e, quando una delle due componenti prende il sopravvento, il risultato non convince.


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lunedì, 01 giugno 2009

BIBILIO / MIRKO F. CATALANO

Mirko F. Catalano, Auctus Suboscurum. Crescita crepuscolare, Signa (Fi), Masso delle Fate 2007

La raccolta del giovane Mirko Catalano nasce nel segno di Ungaretti “girovago” e cioè di quell’Ungaretti che ha scavato la parola nell’abisso del silenzio: «Non abbatte / capire / che niente è / distinto. // Scavare una buca / nel terreno / per disseppellire / un po’ di cielo». Le liriche, infatti, presentano una brevità che tratteggia squarci intimi spirati a tematiche diverse. Il titolo stesso definisce “crepuscolare” l’atmosfera, anche se non è presente l’armamentario classico del movimento. Frequenti sono gli appelli al lettore e le sentenze filosofiche: «L’uomo è soltanto un animale / più randagio degli altri, // non ha neanche / più meta» (Giuliano Ladolfi).

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